Katia Scotlandi, direttrice del Laboratorio di Ricerca Oncologica e Genomica Funzionale (ONCOGEN) dell’IRCCS Istituto ortopedico Rizzoli, sta studiando i tumori ossei particolarmente difficili da trattare, grazie al sostegno di AIRC.
Ho dedicato tutta la mia carriera allo studio delle 2 principali forme di tumori primitivi dell’osso, l’osteosarcoma e il sarcoma di Ewing. Erano tumori complessi e difficili da trattare quando ho iniziato a occuparmene e, purtroppo, lo sono ancora oggi. Anche se è stata fatta tanta strada nel migliorare le conoscenze, tutto questo non si è ancora tradotto nei progressi nella pratica clinica che auspicavamo.
La ragione è che si tratta di tumori difficili da curare, per i quali finora non si sono rivelate efficaci le principali terapie antitumorali innovative sviluppate negli ultimi anni, dai trattamenti mirati contro mutazioni “driver” all’immunoterapia.
In particolare, per quanto riguarda le terapie mirate, il problema è che in questi tumori non è ancora stato possibile identificare bersagli efficaci. Si tratta infatti di neoplasie caratterizzate da grande plasticità, che permette alle cellule tumorali di sfuggire alla pressione esercitata dai farmaci. Inoltre, i geni che i ricercatori hanno identificato come rilevanti nella formazione di questi tumori sono principalmente coinvolti nella regolazione epigenetica delle cellule. Per questa ragione i prodotti di tali geni non hanno una struttura o un’attività enzimatica su cui sia possibile costruire un inibitore.
La situazione non è migliore sul fronte dell’immunoterapia. I tumori ossei sono infatti anomali, in quanto non sono presenti cellule T su cui possano intervenire i farmaci attualmente disponibili, che agiscono come ‘attivatori’ del sistema immunitario. Oggi, però, si stanno aprendo nuove possibilità, perché dalla ricerca stanno emergendo terapie che sfruttano non solo i linfociti T, ma anche altre cellule immunitarie come i macrofagi, le cellule NK e altre cellule immunitarie che potrebbero essere più utili nel contesto dei tumori ossei.
Navighiamo in acque diverse rispetto a chi si occupa di altri tumori, ma io resto fiduciosa per il futuro.
Il mio ultimo progetto sostenuto da AIRC è focalizzato sul sarcoma di Ewing e sull’identificazione di punti di debolezza nei processi di regolazione epigenetica. Abbiamo lavorato su alcune molecole – in particolare CD99 e IGF2BP3 – che, sulla base di dati precedenti, sembravano contribuire a rendere le cellule tumorali più plastiche, maligne e responsive agli stimoli esterni.
L’obiettivo era identificare meglio i geni regolati da queste molecole e usare queste informazioni per identificare biomarcatori. In effetti, siamo riusciti nello scopo.
Abbiamo scoperto che, soprattutto una di queste proteine (IGF2BP3), è in grado di fornire informazioni importanti sull’aggressività della malattia: una sua alta espressione indica infatti una maggiore capacità delle cellule di migrare e dare metastasi.
Inoltre, abbiamo svelato che la stessa proteina ha anche un effetto a cascata su centinaia di RNA, influendo in maniera determinante sulla regolazione del comportamento delle cellule tumorali. Da qui abbiamo avuto l’idea di verificare gli effetti che si possono ottenere eliminandola dal contesto tumorale con un approccio innovativo, che mira alla degradazione delle proteine. I primi esperimenti hanno mostrato che questa azione è in grado di ridurre le caratteristiche di aggressività del tumore, ma occorrerà un lungo lavoro per verificare se questa scoperta potrà essere tradotta in un approccio clinico.
Un altro filone di ricerca è quello dedicato allo studio del microambiente tumorale. In tal caso, ci stiamo concentrando soprattutto su strategie che ripristino l’attività antineoplastica di alcune cellule del sistema immunitario – i macrofagi – che il tumore ha ‘corrotto’.
Un po’ per motivi contingenti, un po’ a causa del mio carattere. Proprio quando ho finito il dottorato, all’inizio degli anni Novanta, il Rizzoli stava aprendo i laboratori di ricerca. Mi sono ritrovata davanti a una grande opportunità: lavorare in un istituto noto a livello mondiale per la clinica, ma con uno spazio quasi vuoto dal punto di vista della ricerca. Sono una persona intraprendente e che tiene molto alla libertà, di conseguenza ho colto la sfida di lavorare su tumori complessi, contribuendo così a costruire una nuova realtà. Non è stata ininfluente, poi, la consapevolezza che si tratta di tumori rari che colpiscono bambini e adolescenti, di cui pochi si occupavano.
AIRC è stata fondamentale fin dall’inizio della mia carriera, quando ha sostenuto la mia prima borsa di studio. Non sono nata con la passione della ricerca. Avevo studiato biologia pensando di insegnare, ma grazie a quella borsa ho capito cosa significa fare questo mestiere.
È stato solo il primo passo: AIRC mi ha poi sostenuta ininterrottamente dai miei 38 anni in avanti, dandomi fiducia quando ho iniziato a guidare gruppi di ricerca.
Quello che abbiamo fatto — piccolo o grande che sia — è stato possibile grazie al sostegno di AIRC, che garantisce continuità al nostro lavoro. Sapere che ogni anno vengono messe a disposizione risorse per la ricerca attraverso i bandi, per chi fa ricerca oncologica, è essenziale.
Anche grazie a questo supporto, oggi dirigo un laboratorio in cui lavorano circa 20 persone, un gruppo molto variegato per età ed esperienza. Ci sono colleghi della mia generazione, ma anche tanti giovani, dottorandi e studenti che cerchiamo di formare e appassionare a questo campo.
E poi c’è la vita fuori dal laboratorio. Non sono solo ricercatrice, ma anche mamma di 2 figli. Per il resto, mi piacciono cose semplici: il giardinaggio, il mare, dove, quando posso, scappo.
Data di pubblicazione: 11 giugno 2026